Basta con lo sputtanamento dei vip intercettati sui giornali.
Di seguito vi proponiamo la lettura dell’articolo scritto dal giornalista Filippo Facci e pubblicato giovedì 20 maggio sul quotidiano nazionale Libero. Un’analisi lucida e senza peli sulla lingua che commenta l’approvazione del decreto legge sulle intercettazioni emanato dal Parlamento nella giornata di mercoledì 19 maggio 2010.
Libero
Sono favorevole alla legge sulle intercettazioni per la stessa ragione, ritengo, per cui quasi tutti i miei colleghi sono contrari: perché è una legge che rischia di funzionare, e la mia categoria l'ha capito. Così come è architettata, e mi riferisco soltanto ai divieti di pubblicazione, quella manna giornalistica e unica al mondo che è la cronaca giudiziaria all'italiana rischia davvero di non cadere più: ovvio che direttori e cronisti non ne siano contenti, visto che il pubblicare certe intercettazioni resta uno dei pochi espedienti residuali per far impennare le vendite. Le proteste corporative, non solo dei giornalisti, nascono più da questo che da aneliti di libertà.
Torno a ripetere che mi sto riferendo solo alla pubblicazione delle intercettazioni, non ai limiti imposti circa il loro utilizzo: su questo preferisco aspettare la versione finale della legge, dopodiché vedremo. Mi limito a osservare, su questo, che è abbastanza vero che le intercettazioni spesso rappresentano una comoda scorciatoia usata da una magistratura che ormai disdegna le indagini tradizionali, un po' come i pentiti: ma è una verità parziale e ingenerosa.
La privacy. Anche perché la maggior parte delle intercettazioni, anzitutto, viene richiesta dalle forze di polizia: e il paradosso è che le forze di polizia spesso abbondano in intercettazioni per risparmiare sugli uomini, altrimenti impiegati in pedinamenti e attività di controllo. Qualche direttiva del Ministero dell'Interno, da cui dipende
Ma andiamo al punto. La soluzione al dilemma, in teoria, era già contenuta nel Codice di procedura penale del
Informazione garantita. Tanti colleghi ora strepitano a vuoto, secondo me: anche perché le notizie potrebbero uscire lo stesso, anche se non sotto forma di trascrizione integrale di verbale o di intercettazione telefonica. Il contenuto delle carte, qualora costituisca notizia, potrà sempre essere riassunto: la norma che lo vieta, io credo, resterà aleatoria e inafferrabile, e l'unico vero rischio, a questo punto, è l'autocensura degli editori, dei quali i moderni direttori sono punto di raccordo. Quello che dovrebbe sparire, in compenso, sono certi pruriginosi colloqui telefonici privi di rilevanza penale, appunto: perché resterebbero fuori dall’aula. Se invece vi approdassero, al processo, fossero anche le intercettazioni più pruriginose del mondo, la pubblicazione ne sarà pienamente giustificata. Insomma, ciò che non si potrà fare, se la legge funzionerà, è l'estrarre dal cappello carte o intercettazioni telefoniche ininfluenti a carico di indagati che poi magari non verranno neppure rinviati a giudizio. Nessuno impedirà di intervistare testi e imputati, se vorranno, ma costituirà notizia solo ciò che gli organi giudicanti avranno ammesso a valore probatorio, ciò che insomma reggerà al vaglio del processo, l'arrosto e non il fumus: e tanti saluti alle toghe in stile De Magistris.
Si potrà ancora raccontare ciò che conta, in fin della fiera, ma senza poter piegare un verbale o una carta a tesi proprie o arbitrarie: più degli indagati conteranno i condannati. Ditemi se è poco.









